SESTIER DE

CASTELO

ciexa de San Domenego de Castelo

CONTRADA

S. PIERO DE CASTELO

 

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Cenni storici:

nel testamento dettato due giorni prima della sua morte, avvenuta il 2 luglio 1312 dopo solo un anno di dogado, il Dose Marino Zorzi (in vita detto il Santo) dispose che con i suoi beni si acquistasse in città un fondo su cui costruire un convento per dodici frati dell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), nonché un Ospizio per accogliere fanciulli orfani. In esecuzione della sua volontà, i Procuratori de San Marco e gli altri Commissari individuarono il terreno adatto in questa Contrada, nella zona più settentrionale della fascia di terreno che correva lungo un tratto della fondamentache va a Sant’Ana”, a quel tempo ancora esistente a fianco del rio de Castelo (oggi tombato).

Nel 1317 iniziarono i lavori per la realizzazione della chiesa di San Domenego de Castelo, la cui costruzione fu impostata secondo il più antico schema urbano risalente all’epoca bizantina, ossia con l’asse longitudinale parallelo al corso del rio de Castelo, lungo il quale si sviluppò il fianco sinistro dell’edificio. Grazie alla cospicua somma di denaro disponibile, i lavori non conobbero interruzioni ed infatti già nel 1319 sia la chiesa che il primo chiostro del convento potevano dirsi terminati.

Per ordine del Generale dell’Ordine, prese possesso del complesso conventuale frate Tommaso Loredan, il quale con il titolo di Vicariato assoggettò chiesa e convento a quello di San Zanipolo, del quale egli stesso era Prior.

Nel 1333 i Domenicani acquistarono, sul lato sud del secondo chiostro, quindi verso la laguna, un’ampia velma a cui il Senato aggiunse in dono due lotti di terreno adiacenti, dei quali il più esterno, attraversato nel mezzo da un riello, terminava poi sul rio de San Isepo. L’ampio spazio, lentamente imbonito e reso più compatto anche con l’interramento del riello (avvenuto nel 1413 su specifica autorizzazione del Governo), divenne l’ampio orto a disposizione del convento. Nel 1347 anche il secondo chiostro fu terminato e il complesso religioso poté dirsi terminato.

Inizialmente rigorosissimi nell’osservanza della Regola, con il passare del tempo i costumi dei frati iniziarono a corrompersi, fino al punto in cui, complice in verità anche lo scisma e la terribile peste che nel 1346 solo a Venezia dimezzò la popolazione, il disordine della comunità religiosa crebbe al livello che già era diffusissimo nelle comunità religiose di tutta Europa. Fu Raimondo da Capua, Generale dell’Ordine che sollecitò frate Giovanni Domenici, il quale predicava a San Zanipolo, di intraprendere a Venezia la riforma dell’Ordine.

In quei tempi incerti il convento di San Domenego de Castelo versava in completa desolazione, tanto che Giovanni Domenici nel 1391 pensò bene di trasferirsi, insediando quale primo Prior il pio ed energico frate Tommaso Aiutamicristo. In breve rifiorì l’osservanza, che portò moltissimi giovani a vestire in questo convento l’abito di San Domenico ma cessò pure il Vicariato, così che il convento si rese indipendente.

Conservato all’Archivio di Stato, in un disegno della seconda metà del secolo XV, richiesto a suo tempo per risolvere alcune dispute di confine sorte fra il Convento e alcuni privati, è dettagliatamente riprodotto, in successione: il rio de Castelo, il fianco sinistro della chiesa, scandito da tre lesene che incorniciano altrettante finestre rettangolari di gusto gotico. Sotto la linea della falda del semplice tetto a capanna, la struttura si corona di piccole archeggiature, mentre sulla sinistra si scorge l’abside, semicircolare, che fuoriesce dalla massa della fabbrica ed il suo soffitto, a semicupola, più basso del tetto della chiesa; sul fianco destro dell’abside sta il campanile. Fa seguito il convento,  l’orto, sulla sinistra il rio del Forner che s’innesta sul rio de san Isepo, quindi nella parte finale la chiesa di Sant’Antonio de Castelo e sulla destra l’isola di San Servolo.

Questa raffigurazione non combacia però con la veduta del de’ Barbari del 1500, dove la chiesa appare molto più lunga ed il massiccio campanile si appoggia circa a metà del fianco sinistro della chiesa. Anche il  disegno planimetrico dell’edificio è diverso: quello rappresentato dal de’ Barbari è a tre navate, con abside circolare o poligonale.

In questo periodo la chiesa e il convento sono bisognosi di restauro, tanto che nel 1506 papa Giulio II concede l’indulgenza a coloro che ne avessero finanziariamente contribuito al restauro. Nel 1509 prendono avvio i primi interventi, forse con un parziale rinnovamento degli elementi architettonici e decorativi secondo il gusto rinascimentale.

Nel 1536 il nobilomo Girolamo Priuli, poi eletto Dose, si offre di pagare la metà di tutte le spese necessarie al restauro della chiesa e del convento.

Nel 1539 viene rifatta la cappella maggiore in pietra viva, mentre invece nel 1544 grazie al lascito di tale Tommaso Donato poté essere pavimentata la chiesa a riquadri con pietre bianche, rosse e nere.

Nel 1569 presso il recinto de la polvere in Arzanà un incendio fa esplodere il deposito della polvere da sparo. La chiesa subisce danni ingenti ai quali con non poche difficoltà si riesce a far fronte in modo parziale. Nel 1583 infatti le pareti laterali dell’edificio si notano essere “fuor di modo inclinate” e se ne deve por mano ricostruendole dalle fondamenta. Intervento che si rivela però insufficiente, tanto che nel 1586, sotto la direzione del Prior Angelo Avogadro, ne fu alfine decisa la totale rifabbrica.

I lavori ebbero inizio nel 1590 e si protrassero fino al 1597, con un esteso ampliamento della lunghezza della chiesa. Con la realizzazione al suo interno di undici altari, i lavori si conclusero nel 1609 con la consacrazione della chiesa e dell’altar maggiore. La seguente lapide fu posta sopra la porta del coro, dietro l’altar maggiore:

ANNO DOMINI MDCIX DIE MENSIS IANVARI XX PRIORE P.P.F. IO. / VINCENTIO DE MEDIOL. S.T.L. REVERENDISS. D.F. RAPHAEL RIPA / VEN. ORD. PRAED. EPISCOPVS CVRZVL. CONSECRAVIT. HANC / ECCLESIAM ET ALTARE MAIVS AD HONOREM S. DOMINICI ET IN OMNI / ANNIVERSARIO IPSIVS DEDICATIONIS DAT ET CONCEDIT EAM DEVOTE / VISITANTIBVS XL DIES DE INDVLGENTIA S.F.G.V.C. (Secundum Formam Generalem Veteris Canonis).

Di questa nuova fabbrica manca però qualsiasi notizia e descrizione, come del tutto ignoto è rimasto il nome del progettista. A far luce non soccorre la pianta prospettica di Matthaeus Merian (1635) né quella del Giampiccoli (1799) che riprendono la veduta del de’ Barbari, con l’aggiunta della chiesa di San Isepo.

Nel 1639, grazie al denaro messo a disposizione da frate Stefano da Venezia, fu possibile ampliare il pavimento in pietra fino a comprendere anche il coro, che fino a quel momento era diviso dalla nuda terra da semplici assi di legno.

Nel 1707 viene terminato e consacrato l’altar maggiore, realizzato su progetto dell’Architetto Domenico Paternò.

Nel 1708 i frati rinnovarono a loro spese il tratto di fondamenta che correva lungo il fianco sinistro della chiesa. L’opera fu accolta con grande favore dai castellani perché con questo intervento i frati oltrepassarono i precedenti confini della chiesa con la riva del rio, regalando così alla popolazione una  fondamenta più larga e rimessa a nuovo.

Nel 1758 venne abbellita e ridotta ad uso di refettorio dei frati per i giorni di grasso l’antica sala che in antico era stata realizzata per l’Ospizio degli orfani. Ivi era collocato il dipinto Ultima Cena di G. A. De Laudis.

Caduta la Repubblica nel 1797, dalla prima occupazione francese il convento ne uscì indenne, così come dalla prima occupazione austriaca. Con il ritorno dei francesi però, il decreto vicereale del 28 novembre 1806 dichiarava la soppressione del convento ed il passaggio a San Zanipolo (che poi nel 1810 subì lo stesso destino) dei quattordici frati che ancora vi dimoravano.

La chiesa e il convento furono avocati al Demanio e quindi, dopo una minuziosa spogliazione di ogni arredo, trasformati in caserma per la fanteria della Veneta Marina.

Il 27 luglio 1808 chiesa e convento passarono al Comune che successivamente, seguendo il progetto del Selva, dispose per la loro completa demolizione utilizzando l’area per realizzare l’attuale esedra e il viale dei giardini.

 

 

CONTROFACCIATA

sopra la porta d’ingresso: l’organo e la cantoria (venduti il 19 novembre 1808); a sinistra quadro Cristo redentore, angeli e i santi Domenico, Antonio, Tommaso e Pietro Martire di P. Malombra.

SOFFITTO

era interamente ricoperto con teleri (quadri) di O. Fialetti. Alcuni di essi mostravano episodi della vita e i miracoli compiuti da San Domenico, altri riproducevano i quattro Evangelisti ed in altri ancora i Santi e Sante dell’Ordine dei Predicatori.

alla cornice marcapiano: dipinto Annunziata di M. di Tiziano (in deposito nel 1839 alla parrocchia di Ghirano di Sacile) segue: Visita di Maria a Elisabetta di M. Verona, segue: Adorazione dei Magi di M. Verona, segue: Presentazione al Tempio di M. Verona, segue: Vescovo con Santa Caterina e Santa Agnese di P. Malombra, segue: Cristo resuscita Lazzaro di O. Fialetti.

LATO A DESTRA

PRIMO Altare

in marmo.

all'altare: dipinto Annunciazione di O. Fialetti.

SECONDO Altare

in marmo.

all'altare: dipinto Devozione di San Domenico, Madonna di Loreto e Santi vescovi di J. Palma il Giovane.

parete

tavola Resurrezione di Lazzaro di Autore ignoto e polittico Annunciazione e Santi di G. Bonconsigli.

TERZO Altare

in marmo, dedicato al Santo Nome di Dio, venne costruito ed ampliato a spese della Schola de Devozion del Santo Nome de Dio.

all'altare: dipinto Trinità di J. Palma il Giovane. Qui si custodiva la reliquia della Santa Croce portata da Famagosta (Corfù).

QUARTO Altare

QUinto Altare

in marmo, un altare era dedicato a Santa Maria Maddalena, poi a San Pio V.

CAPPELLA ABSIDALE

Tabernacolo: era sostenuto da quattro Angeli in bronzo, opera di B. Bragantino. Sulla cima stava collocata una sfera in rame, a rappresentare il Mondo.

all’altare: dipinto di GB. Da Ferrara.

nel coro: con balaustra di marmo, spalliera e sedili in noce; dipinto Maria intercede presso Gesù il perdono dei peccatori e molti Santi domenicani (secolo XVII) di Zoppo del Vaso.

alla parete: dipinto La Vergine in gloria col bambino e i Santi Francesco, Domenico e Giacinto di J. Palma il Giovane.

 

LATO A SINISTRA

QUinto Altare

in marmo.

all'altare: tavola La Vergine pone in fuga un esercito di M. Verona.

QUARTO Altare

in marmo, dedicato a San Domenico.

all'altare: dipinto San Domenico predica davanti ad un indemoniato di M. Verona.

TERZO Altare

in marmo, dedicato a Santa Caterina.

all'altare: tavola Nozze mistiche di Santa Caterina, la Vergine, San paolo e San Giovanni Evangelista di J. Palma il Giovane.

Secondo Altare

in marmo, dedicato a San Raimondo.

all'altare: dipinto Padre Eterno, angeli e San Raimondo va a galla sull’acqua con l’abito come vela di A. Vasilachi detto l’Aliense.

Primo Altare

in marmo, dedicato a Santa Febronia.

all'altare: dipinto Santa Febronia con la Vergine, Nostro Signore e angeli di J. Palma il Giovane.

 

SAGRESTIA

Pier Francesco degli Orsini dei Duchi di Gravina, divenuto nel 1668 frate Vincenzo Maria, già figlio di questo convento, il 29 maggio 1724 divenne papa con il nome di BENEDETTO XIII. Egli fece dono al Convento di sei candelieri d’argento e della croce, anch’essa in argento, che egli aveva usato nella sua cappella privata quand’era cardinale. Fatta eseguire dai frati nel 1726, qui era collocata la grande statua del papa, opera del Cabianca, con la seguente epigrafe:

D.O.M. / BENEDICTO XIII P. MAX / ORDINIS PRAEDICATORUM / BENEFICENTISSIMO / CONVENTVS VENETIAR. / IAM FILIO NUNC PATRI / POSVIT / MDCCXXVI (scomparsa durante la spoliazione)

Nello stesso luogo si trovava l’iscrizione e il busto di Giovanni Francesco Mazzoleni da Bergamo († 1741), domenicano ed Inquisitore Generale a Venezia, Parma e Bologna; e quello di Giuseppe Vittorio Mazzocca, domenicano e docente di filosofia († 1746).

Girolamo Trevisano nel 1532 ricevette in questo convento l’abito di San Domenico. Papa Pio IV lo prescelse per il vescovado di Verona e morì poi a Trento nel 1562. Il suo corpo fu portato a Venezia e sepolto nel mezzo di questa sacrestia.

SEPOLTURE IN CHIESA

Cesare Alberghetto, celebre giureconsulto, morì in età giovanile trovandosi a Bagnacavallo; nell’iscrizione si legge: CAESARI ALBERGHETO IURICONSULTIS DUM HERCULIS II / DUCIS FERRARI AE DECRETO MAGNACABALLI / INSIGNI CUM LAUDE PRAEST / IMMATURA MORTE PRAEUENTO / ALBERGHETUS PATER PIENTIS P / VIXIT ANM XXIIII D XX / OBIJT ANNO SALUTIS / MDXLIII KAL. SEPT.

Epigrafe datata 1459 in onore di Antonio Diedo di Giovanni di Jacopo, Procurator de San Marco.

Epigrafe datata 1542 in ricordo di Stefano Doria, giovane membro della celebre famiglia genovese, dimorante a Venezia.

Busto di Alessio Vittoria del nobile ferrarese Paolo COstabili, Generale dell’Ordine dei Predicatori Domenicani che, alloggiato in questo convento durante una visita a Venezia dei Conventi dell’Ordine, fu sorpreso da grave malattia e morì il 17 settembre 1582.

SEPOLTURE IN CHIOSTRO

In totale si contavano più di cento epigrafi fra la chiesa e il chiostro, ma di tutto questo non resta più nulla; i marmi furono tutti venduti come pietre da costruzione ai vari tajapiera (scalpellini).

Il busto in marmo (scolpito da Alessandro Vittoria, oggi all’Ateneo Veneto) di nicolo’ massa, filosofo e medico, sul sepolcro di marmo “in aria”, eretto dalla figlia Maria Grifalconi, con la seguente iscrizione: NICOLAI MASSAE MAGNI PHILOSOPHI / AC MEDICI MARIA F. POSVIT / MDLXIX

Sulla porta che da accesso alla sala del Capitolo dei Frati, il busto in marmo (scolpito da Alessandro Vittoria, oggi all’Ateneo Veneto) del nipote APOLLONIO massa, filosofo e medico, con la seguente iscrizione: MONUMENTUM APOLLONIO MASSAE PHILOSOPHO / AC MEDICO ANTONIJ POSITUM UT ESSET EIUS / INDICIUM VIRTUTIS AD FAMILIAE NOMINISQUE / MEMORIAM SEMPITERNAM / MDLXXII

Le sepolture, senza epigrafe, del Dose Lorenzo Priuli († 1605) e del fratello Dose Girolamo Priuli († 1613) eletti uno dopo l’altro. Il sontuoso mausoleo dedicato alla loro memoria venne realizzato invece nella chiesa di San Salvador (Sestier de San Marco, Contrada San Salvador).

·         Girolamo Querini, che era stato per quattro volte Prior di questo Convento e poi Patriarca di Venezia dal 1524 al 1554.

Senza epitaffio, in segno di umiltà, è sepolta l’illustre letteraria Cassandra Fedele († 1558) Priora del vicino Ospissio de le Donzele.

La tomba della famiglia cittadinesca dei Grattarol dei quali Pier Antonio fu segretario del Senato.

La tomba della famiglia cittadinesca dei Tarabotti, dei quali ricordiamo suor Arcangela del vicino Monastero di Sant’Ana.

RELIQUIE

Santo legno della Croce di Cristo (reliquia) proveniente nel 1587 dalla chiesa di San Giorgio a Famagosta (Cipro), oggi a San Piero de Castelo. Apparteneva alla Schola de Devozion del Santissimo Nome de Dio.

Santa Caterina da Siena (dito intero, velo e veste);

Beata Giovanna da Orvieto (osso intero);

Beato Tommaso Caffarini da Siena (corpo) (oggi a San Zanipolo)

Beato Agostino da Biella (corpo) (oggi a San Tomà)

San Vincenzo martire (braccio con mano);

San Cristoforo martire (osso);

Beata Margherita da Città di Castello, terziaria francescana (tonaca) (oggi a San Tomà)

Le seguenti reliquie furono trasportate a Venezia da Durazzo (caduta in mano turca) e consegnate per ordine del Governo a questo Monastero:

San Matteo Apostolo (osso del braccio) (oggi a San Tomà)

Santa Veneranda (reliquie)

San Domenico (dente)

San Nicola di Bari (osso)

 

 

Interno:

La chiesa originale era costituita da una sola navata con cappella absidale che fuoriusciva dalla fabbrica.

Dell’interno della nuova chiesa consacrata nel 1609 manca però qualsiasi descrizione; tuttavia dalle descrizioni lasciate al tempo della soppressione napoleonica, se ne ricava che l’ampia navata era ornata di nove altari in marmo e di due laterali al coro in legno ma con mense a gradini di pietra. Vi erano inoltre svariati dipinti posti su due ordini lungo le pareti laterali ed infine un soffitto diviso in comparti da cornici lignee e dorate.

Facciata e portale:

In un disegno della seconda metà del secolo XV la facciata della chiesa, che dava in calle San Domenego (altrimenti detta che va a Sant’Antonio), risulta seminascosta dalla presenza del caratteristico portego che, in questo caso data l’esiguità dello spazio disponibile, si appoggia ai due lati della calle. Il portego, nel quale esistevano delle sepolture, funzionava anche da nartece e si apriva sulla fondamenta con un arco in marmo finemente intagliato.

Nella veduta del de’ Barbari del 1500 la facciata, tripartita a seguire i salienti del tetto, prospetta sulla calle San Domenego, che ne costituiva anche il modestissimo sagrato.

Monastero:

Conservato all’Archivio di Stato, in un dettagliato disegno della seconda metà del secolo XV, richiesto a suo tempo per risolvere alcune dispute di confine sorte fra il Convento e alcuni privati, sono dettagliatamente riprodotti i due chiostri.

Partendo dalle due estremità del corpo di fabbrica che si trovava addossato alla parete destra della chiesa, si allungano ortogonalmente le due maniche del convento, unite tra loro da due altri edifici disposti parallelamente alla chiesa e perpendicolari alle maniche e che unendosi a quest’ultime formavano i due chiostri quadrati.

Il chiostro accanto alla chiesa era circondato da corpi di fabbrica che presentavano, al pianterreno, un ampio portico colonnato e, al secondo piano, una galleria colonnata nel braccio interno, mentre le finestre che si aprono al secondo piano del lato destro e del lato sinistro inducono a pensare a locali comuni, forse il dormitorio. Al centro del chiostro, lastricato, sta una monumentale vera da pozzo posta sopra una base quadrata.

Il secondo chiostro, a lato del primo, ha i quattro lati del cortile ingentiliti da aiuole. La parete interna del corpo conventuale sulla destra ha il pianterreno in muratura piena, mentre al piano superiore si aprono alcune ampie finestre. Il lato esterno, che iniziando dallo spigolo destro della facciata della chiesa era in comune con il braccio contiguo del primo chiostro, aveva quattro grandi finestre con grate di ferro che guardavano in calle San Domenego.

Il lato del chiostro, parallelo alla chiesa e di raccordo fra le due maniche, ha una galleria colonnata al pianterreno mentre al primo piano mostra delle finestre che illuminano probabilmente le celle dei frati. Infine sul lato sinistro la manica mostra al pianterreno dei portici con grandi archeggiature a tutto sesto.

Oltre il secondo chiostro si stende un ampio orto con piante e alberi da frutto; il lato a destra costeggia calle San Domenego ed è cinto da un muro dove si intravede una porta. Al lato opposto si nota la cavana del Convento che si apre sul corto rio del forner (oggi interrato), grazie ad una porta, la cavana era agevolmente raggiungibile anche dallo stretto e lungo giardino che correva dietro l’abside e la manica sinistra del Convento.

Più oltre, una lunga palizzata è bagnata dal riello che ancora divide l’orto dalla porzione di terreni vacui già circondati da palizzate e in via di imbonimento. Nel 1463 il complesso raggiungerà la sua massima espansione,  costituendo un rettangolo i cui lati minori guardavano rispettivamente: a nord la fondamenta Sant’Ana e a sud il rio de San Isepo; i lati maggiori: a ovest la calle San Domenego e a est il rio del Forner e le case allineate lungo la calle de Ca’ Sarasina.

Individuato e stabilito senza errori e contestazioni, al confine venne ivi posto un arco archiacuto, nella cui ogiva stava scolpito un angelo con le ali spiegate e le cui mani toccavano due scudi con lo stemma dei Zorzi; fra essi la seguente scritta, in gotico:

MCCCXVIIII EDIFICTV FVIT MOESTIV SCI DNICI PDNOS

POVATOES SCI MACI ETP MACV VITVIO OBOIS COMISI

OLIBOE MEMVIE DNI MARINI GEOGIO ICLIT DUC VEN

COTETAVRIT FRAS DCI MOESTII ACIPE SEV RECIPERE

DIASEDM FORMA TESTAMENTI DCI DNI DUCIS

Dopo la soppressione in seguito agli editti napoleonici e la sua demolizione nel 1806 per far posto all’esedra e al viale dei giardini, alcune eleganti finestre di una porzione superstite della manica orientale, sono quanto è sopravvissuto dell’antico convento dei domenicani.

Biblioteca:

descritta imponente sia per il numero di volumi e sia per la qualità dei testi che vi erano conservati.

All’atto della spoliazione napoleonica del 1806, e nonostante avesse già subito cospicui furti di manoscritti, incunaboli e classici, da questa Biblioteca furono tratti tanti volumi da riempire ancora ben tredici casse.

Campanile: (campaniel)

cadde rovinosamente a terra nel 1409, a causa di una terribile bufera che causò danni enormi in tutta la città. In un disegno della seconda metà del secolo XV si vede il campanile a base quadrata, con cella campanaria a due finestre per lato e cuspide ottogonale a punta che si eleva dal lato destro dell’abside.

Osservando invece la veduta del de’ Barbari del 1500, si nota come il massiccio campanile non si trovi più accanto all’abside, ma bensì a metà del lato sinistro della chiesa prospiciente la fondamenta.

Esso è caratterizzato da lesene a doppia ghiera, cella campanaria a bifore, parapetto marmoreo di coronamento e dall’alta cuspide poligonale poggiante su tamburo.

Venne demolito con la chiesa e il convento nel 1806.

Uffizio del Supremo Inquisitorato contra l’Eretica pravità.

L’Ufficio era stato accettato dal Governo della Repubblica, non senza particolari e stringenti “attenzioni” di ordine tecnico e procedurale, fin dal 1289.

Per volere di papa Nicolò IV esso venne all’inizio assegnato alla direzione dei Francescani, ma nel 1560 papa Pio IV che mal tollerava lo scarso zelo dei francescani, affidò il compito ai Domenicani Predicatori e scegliendo a Venezia il monastero di San Domenego quale dimora del primo inquisitore domenicano nominato per la Repubblica, che fu Tommaso da Vicenza.

Ciò non deve indurre nel’errore di credere che questa presenza fosse bene accetta dai confratelli; infatti la dettatura di un epitaffio in ricordo di uno degli inquisitori che vi operò venne sempre ritenuta “offensiva” dai frati di San Domenego, che appunto ritenevano l’Uffizio dell’Inquisizione nulla di più che un semplice ospite del monastero.

Sul ponte che un tempo attraversava il rio de Castelo nel punto fra la chiesa di San Domenego con quella di San Bortolomio (poi San Francesco da Paula) i Padri Domenicani Inquisitori bruciavano ogni 29 aprile i libri proibiti che avevano raccolto (spesso comprandoli a loro spese) durante l’anno.

Bibliografia:

 

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Venetia città nobilissima et singolare”.

Stefano Curti, Venezia 1663

 

Flaminio Corner

Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello, tratte dalle chiese veneziane e torcellane

Stamperia del Seminario, Padova 1758

 

Giambattista Albrizzi

Forestier illuminato. Intorno le cose più rare e curiose, antiche e moderne, della città di Venezia e dell’isole circonvicine.

Giambattista Albrizzi, Venezia 1765

 

Andrea Da Mosto

I Dogi di Venezia. con particolare riguardo alle loro tombe.”

Editore Ferd. Ongania, Venezia 1939

Cesare Zangirolami

 

Storia delle chiese dei monasteri delle scuole di Venezia rapinate e distrutte da Napoleone Bonaparte.”

Arti Grafiche E. Vianelli, Mestre, 1962

 

Giulio Lorenzetti

Venezia e il suo estuario

Edizioni Lint, Trieste 1956

 

Umberto Franzoi / Dina Di Stefano

Le chiese di Venezia

Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo, Venezia 1975

 

 

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